Si può parlare davvero dei paesi corrotti?

La ricercatrice Alina Mungiu-Pippidi sfida le opinioni politicamente corrette avanzate al recente summit di Londra sull’anti-corruzione.

 

Il primo ministro britannico Cameron ha sconcertato tutti quando si è [riferito](http://www.politico.eu/article/prime-minister-david-cameron-to-queen-elizabeth-fantastically-corrupt-countries-at-anti-corruption-summit/) all’Afghanistan e alla Nigeria come ai paesi teoricamente più corrotti al mondo pochi giorni prima che questa settimana si aprisse a Londra un [vertice sull’anticorruzione](https://www.gov.uk/government/topical-events/anti-corruption-summit-london-2016). Molti considerano la dichiarazione di Cameron alla stregua dell’ennesimo esempio dell’ipocrisia occidentale.

Tenuto conto che è risaputo che Londra è frequentata da persone corrotte e che la famiglia dello stesso Cameron ha [approfittato](http://www.theguardian.com/news/2016/apr/07/david-cameron-admits-he-profited-fathers-offshore-fund-panama-papers) di depositi di capitali all’estero in paradisi fiscali, è davvero strano che sia proprio lui a puntare il dito. Ma è legittimo essere politicamente corretti al riguardo della corruzione? Da direttrice dell’Hertie School of Governance di Berlino, presidente del [più importante programma di ricerche dell’Ue sulla corruzione](http://anticorrp.eu/) e autrice del [Rapporto della presidenza olandese dell’Ue sull’integrità pubblica e la fiducia nell’Ue](https://www.government.nl/topics/public-administration/documents/reports/2016/01/18/public-integrity-and-trust-in-europe), vorrei fornire alcune chiavi di lettura del fenomeno.

I [Panama Papers](https://panamapapers.icij.org/) dimostrano che nella maggior parte dei paesi le élite danno prova di una vergognosa (ed egocentrica) smania nei confronti dei privilegi, se appena appena si viene a creare una scappatoia. Ma mentre chi vive in paesi come il Regno Unito, che esercitano un controllo ragionevole sulla corruzione, deve andare in località esotiche portandosi appresso i suoi capitali, chi vive in paesi nei quali la corruzione è sistemica (ossia oltre la metà di tutti i paesi) non deve neppure fare così tanta strada.  In quei paesi i bilanci pubblici e le banche sono sotto il controllo delle élite al governo, che ostentano splendide case, automobili lussuose e redditi di gran lunga più elevati dei loro guadagni dichiarati.

Paesi come questi hanno le Isole Vergini all’interno dei loro stessi confini, e le loro popolazioni ne sono consapevoli. È così che il [Barometro della Corruzione Globale](http://www.transparency.org/research/gcb/) valuta se i loro dipendenti pubblici e il paese nel complesso sono corrotti o meno. Nei paesi che hanno un controllo maggiore sulla corruzione, chi risponde ai sondaggi in genere tende ad affermare che i suoi governanti antepongono i loro interessi a qualsiasi altra cosa. Entrambi i gruppi hanno ragione a individuare la corruzione, ma c’è una grande differenza tra i due casi. Il vertice di Londra si è concentrato sulla possibilità di chiudere i paradisi fiscali, senza però affrontare il tema dei paradisi fiscali che esistono all’interno dei confini nazionali. Se questo può contribuire a ripulire un po’ di più i paesi meno corrotti, non servirà a nulla nel caso degli altri.

Altro aspetto cruciale dell’approccio politicamente corretto alla corruzione è che i soldi dei paesi sviluppati alimentano la corruzione nel mondo in via di sviluppo. Certo, ci sono prove dalle quali si deduce che i fondi di assistenza e perfino [i fondi strutturali dell’Ue e i fondi per la coesione](http://ec.europa.eu/regional_policy/en/funding/) possono trasformarsi in una risorsa per la corruzione nei paesi dove è sistemica. Un leader afgano presente al summit ha giustamente [fatto notare](http://www.theguardian.com/politics/live/2016/may/12/david-cameron-london-anti-corruption-summit-live?page=with:block-57348a8de4b024cf99645a4c#block-57348a8de4b024cf99645a4c) che il flusso di denaro occidentale nel suo paese di fatto peggiora soltanto la situazione. In ogni caso, ciò che emerge in primo luogo non è il flusso di denaro straniero – del tutto positivo quando è investito o donato a un paese con un basso indice di corruzione interna – bensì l’inciviltà e il potere sfrenato dei governi nei paesi riceventi. Sono loro ad aver messo a punto leggi per ricavare più rendite possibile da tutte le risorse pubbliche e private, siano esse imposte locali o investimenti esteri.

Un potere locale senza controllo è la causa numero uno della corruzione. Se non si affronterà questo problema, le pressioni sui donatori internazionali avranno poco senso. Nel migliore dei casi, ciò potrà portare gli investitori a evitare i paesi corrotti e i donatori a organizzare forme di aiuto umanitario tramite canali non governativi, per esempio con finanziamenti ad associazioni di beneficenza internazionali e locali o alle singole comunità. Nello stesso modo, far rientrare gli asset esportati ha poco senso se i governi futuri continueranno ad agire in maniera corrotta. Ciò accade in oltre 80 democrazie e 40 autocrazie, dove chi arriva al potere può attingere alle risorse pubbliche a piene mani, a suo piacere e senza neppure bisogno di nascondersi.

Infine, è giusto dire che si può parlare soltanto di individui corrotti e non di paesi corrotti? L’idea è stata avanzata dal primo ministro di Malta, paese con un controllo ragionevole della corruzione. Ancora una volta, è sbagliato, come hanno risposto ripetutamente ovunque nel mondo le persone interpellate dai sondaggi. Anche se la corruzione è un fenomeno universale e la natura umana è portata a cedere alla tentazione con grande facilità, la storia ci mostra l’esempio di paesi che col tempo sono riusciti ad arginare il fenomeno della corruzione all’interno dei confini nazionali. In una minoranza di paesi quegli argini sono forti a sufficienza da tenere sotto controllo le risorse disponibili per la corruzione.

Una volta che gli argini hanno raggiunto questo livello – e i cittadini critici e impegnati sono in grado di punire coloro che cercano una rendita, come in Islanda, dove il Primo ministro infangato dallo scandalo dei Panama Papers  [ha dovuto rassegnare immediatamente le sue dimissioni](5070134) – le risorse per la corruzione quali il petrolio non costituiscono più un pericolo. Si è ancora ben lontani dal caso della Nigeria, paese definito da Cameron “fantasticamente corrotto”.

Possiamo quindi parlare di paesi corrotti soltanto là dove le regole del gioco rendono normale per il governo attingere alle risorse pubbliche e dove così si comporta la maggior parte di chi è al governo. In questi paesi pagare è in pratica l’unico modo per avere accesso ai servizi pubblici, e si fa carriera soltanto in base alle conoscenze, non grazie al merito. Gli abitanti di questi paesi conoscono e sanno collegare tra loro tutti questi sintomi. Molte delle persone più dotate se ne vanno altrove, evitando la creazione di una massa critica che si adoperi per le riforme e consolidando il destino di popolazioni asservite e di élite predatorie.

Quando analizziamo statisticamente le risorse e i freni posti alla corruzione, creiamo una graduatoria che chiaramente mostra di quali riforme c’è bisogno. I ricercatori di ANTICORRP hanno fatto proprio questo nell’ [Indice dell’Integrità pubblica ](http://integrity-index.org/). Dall’elenco risulta che in testa alla classifica c’è la Norvegia, mentre Venezuela e Ciad occupano le ultime posizioni. Se desse un’adeguata risposta a queste esigenze di riforme, la Nigeria avrebbe ogni possibilità di compiere passi avanti e passare dalla “corruzione come regola” alla “corruzione come eccezione”. Ma al vertice di Londra non si è discusso di nulla del genere. C’è un enorme abisso di conoscenza tra voler fare del mondo un luogo più onesto e dare risposta adeguata ai problemi di ciascun paese. In futuro i vertice di questo tipo potranno apportare nuovi contributi, che si spera saranno ben intenzionati e ancora politicamente scorretti.

 

Alina Mungiu-Pippidi è professoressa all’Hertie School of Governance di Berlino, presidente di [ANTICORRP](http://anticorrp.eu), il programma di ricerca sulla corruzione più importante dell’Ue. Ha pubblicato [*The Quest for Good Governance: How Societies Develop Control of Corruption*](http://www.cambridge.org/us/academic/subjects/politics-international-relations/comparative-politics/quest-good-governance-how-societies-develop-control-corruption?format=HB%E2%80%8B) e di recente il [rapporto speciale](https://www.government.nl/documents/reports/2016/01/18/public-integrity-and-trust-in-europe) per la presidenza olandese dell’Ue sull’integrità e la fiducia nell’Unione europea, in aggiunta a molti altri contributi accademici e non.